Ano e biciclette Singapore

Ano and Singapore Bicycles
Il nostro amico, scrittore, autore pubblicato e membro della crew locale di fixed gear, Anthony 'Ano' McInerheney, è appena rientrato da una rapida fuga di weekend sull’isola di Singapore. È riuscito a incontrarsi con la crew locale di ciclisti e ha anche partecipato a un evento nel corso del weekend. Lascio parlare le sue parole... quindi mettetevi comodi, prendete una tazza della vostra bevanda preferita e preparatevi a una bella lettura lunga!(Molto altro dopo il salto)
Se due giorni fa mi aveste chiesto di oggi (sabato), avreste scoperto che ero piuttosto giù. A metà settimana sono emerse circostanze che hanno reso necessaria una capatina a Singapore. Partenza di prima mattina e rientro a tarda notte. Sabato, in teoria una giornata da passare a fare cose con famiglia e amici. Non seduto in aereo per cinque ore e a vagare nella terra dei grattacieli per altre 9.
Poi ieri è cambiato tutto mentre controllavo FB, avevo un po’ di tempo morto... e ho scoperto che TR Bikes, al Block 7 di Jalan Batu a Singapore, nel caso vi steste chiedendo l’indirizzo, organizzava il loro “March oh March”, un evento di bici a scatto fisso. Ecco, sembrava proprio qualcosa da fare. Con partenza alle 14, vedevo già che si sarebbe infilato alla perfezione dopo quella cosa di lavoro che dovevo sbrigare e prima di quell’aereo che dovevo prendere. Lasciandomi anche il tempo di vedere se riuscivo a trovare un certo Beyblade per mio figlio. Venerdì sera tardi ero impegnato a FBeggiare con Bumbumbum Ariffin, chiamiamolo Bum da qui in poi così evito la RSI: è il tipo che sembrava essere al centro di tutto l’evento, a gestirlo per conto dei tre proprietari di TR Bikes; Henry, me lo ricordo come il tizio pelato. Lynten, hmm, l’ho incontrato per circa 3 minuti mentre me ne andavo l’ultima volta che ero in città, quindi chiamiamolo il tizio coi capelli lunghi, e Chris, quello con le stampelle... il tizio stampella suonava un po’ dispregiativo. Ops, l’ho detto. Accidenti! Bum era stato a Bali circa due settimane prima, ma il destino ci ha servito una mano che non ci ha permesso di incrociare le nostre strade. Quando gli ho detto che sarei arrivato, sembrava sinceramente sorpreso, anche se contento, che mi facessi il viaggio. Forse pensava solo che fossi pazzo, dev’essere una delle due. Arrivò il sabato alle tre e la vita mi trovò sul sedile posteriore di un taxi nelle zone remote dell’ECP, con in mano uno dei Beyblade più elusivi e più discussi della lista dei desideri dei miei ragazzi: lo presi come un buon presagio. Cosa di cui avevo bisogno proprio in quel momento, perché TR Bikes si stava rivelando difficile da trovare per i non iniziati, descrizione che calzava perfettamente a me e al mio fedele spalla, “uomo taxi”. Il presagio numero due arrivò quando individuai un giovane hipster su una fixie che saettava nel traffico controllando la velocità, pochi istanti prima di rischiare di diventare tutt’uno con il parafango di un’auto qualche veicolo più avanti. Con parole grondanti cliché dissi all’Uomo Taxi: “segui quella bici!” e, non per la prima volta quel giorno, un gran sorriso mi si aprì in faccia mentre mi abbandonavo all’indietro nella Mercedes diesel generosamente imbottita che era il mezzo dell’Uomo Taxi. Situato sotto uno dei vecchi blocchi di case popolari, questo negozio senza pretese, in realtà doppio, è stretto tra un’erboristeria cinese e un 7eleven. Quest’ultimo si rivelò prezioso quando arrivò l’ora della birra. Il primo probabilmente ha la sua utilità, ma dovrà aspettare un’altra visita. Qui devo fermare la narrazione (?) e prendermi un secondo per descrivere questo kampung. Immaginate un’area delimitata da tre blocchi abitativi lunghi 80 metri e alti 5 piani. Formano i lati di un triangolo con accesso all’interno solo dalle punte, ed eccolo lì. I negozi stanno sotto gli edifici e una strada asfaltata correva tutt’intorno all’interno, con un piccolo parco e una specie di anfiteatro a gradoni con laghetto al centro. Era tutto molto carino. Ma non è quello che vidi quando arrivai. Vidi la crew già impegnata a fondo. La gara di salto in alto era già ben avviata quando posai le borse, salutai un paio di ragazzi, afferrai la macchina fotografica e iniziai a scattare. Ora, io non sono Red, quindi dovevo affrontare questa cosa della fotografia in modo diverso: avrei lavorato sulle percentuali. Nel mio cervello da pisello mi ero detto che, se avessi scattato 400 foto, almeno 6 (speravo!) sarebbero passate oltre il sensore e sarebbero state adatte alla vostra visione. Con abilità da cacciatore mi feci largo fino in prima fila tra la massa di 100 hipster arrivati da Singapore, Malesia e, come scoprii poi con piacere, anche una crew da Bandung. L’asticella era fissata a circa 40 cm e il round che mi ero perso aveva ridotto i concorrenti a due. Il problema era che nessuno dei due riuscì ad andare più in alto. Bum aveva lo spareggio perfetto. Il caso, sotto forma di un rapido round di carta, forbici, sasso. Un bel pezzo di improvvisazione, pensai. Annotati i nomi dei vincitori, passammo alla derapata più lunga. Fino a quel momento avevo pensato che i nostri ragazzi fossero dannatamente bravi in questa cosa. Dovetti rivalutare l’idea quando la prova fu vinta da un ragazzino magro su una vecchia dieci marce convertita, che lasciò gomma sulle piastrelle per ben 80 metri! 20 metri più del secondo classificato. Gran lavoro! La folla cominciava ad agitarsi e i proprietari avevano già piazzato un altro giro di birre Sapporo sul tavolo che risiede stabilmente davanti al loro negozio quando Bum mise il primo gruppo di ragazzi in linea, pronti a partire per lo sprint. Ora, ci sono due cose qui. Ricordate la mia descrizione del posto? Un triangolo, giusto? Beh, hanno curve di più di 90 gradi e l’altro fatto saliente è che una fixie non può piegarsi così tanto, perché il pedale toccherebbe terra in curva. Mi piazzai alla partenza solo per perdermi un mucchio di tre bici al primo round, alla prima curva, nel secondo giro. Non sarebbe successo di nuovo, così mi spostai e mi sedetti sul cordolo del secondo rettilineo, guardando indietro verso quella prima curva. I rider che non chiudono la curva non possono frenare, non hanno freni, quindi finiscono o per schiantarsi di lato, dritti dentro una delle grosse siepi verdi, oppure, come fece un tipo, nei negozi. La folla se la gustava. Tre round dopo, e una finale tra i vincitori delle batterie, scoprimmo chi era il più veloce della giornata. Come una guarnitura ben oliata ci spostammo nell’anfiteatro ribassato per la gara di track stand. Partirono almeno trenta rider. 3 minuti dopo almeno due terzi erano ancora in lizza, e Bum alzò la posta. Un braccio. Questo fece miracoli per sfoltire il gruppo del 50% quasi subito, ma a Sing c’erano dei veri resistenti, gioco di parole voluto. Senza mani, arrivò il grido! Altri dieci mollarono, ma 6 resistettero. A quel punto, quei ragazzi stavano in equilibrio su due gomme sottili da circa 7 o 8 minuti. Il livello di difficoltà decollò quando Bum disse loro di togliersi la maglietta. Tra l’ilarità che questa richiesta generò nella folla, che ora guardava i track stander ciechi e senza mani crollare a terra, ottenne l’effetto desiderato e ci lasciò con un vincitore a torso nudo. Grande giubilo. Entrando nell’ultimo evento della giornata, il No Foot Down, un po’ come il nostro Sumo ma con un laghetto in mezzo, l’atmosfera in quello strano cortile culturale, in quella che ai suoi tempi sarebbe stata una delle zone più losche di Singapore, era effervescente. Le risate scorrevano libere, e non solo dagli aficionados dello scatto fisso, ma anche dai balconi superiori, dove alcuni degli occupanti più anziani erano usciti di casa per vedere cosa combinavano questi ragazzi e si erano lasciati trascinare dall’onda. Altri avevano preso posto sulle panchine del parco e in mezzo a noi nell’anfiteatro. Devono essere passati buoni quindici minuti, ma alla fine fu decretato un vincitore e io vidi la mia occasione per infilarmi nel 7Eleven a prendere qualche leggero rinfresco. Non che debba giustificare le mie azioni, ma voglio mettere agli atti che erano quasi le 17. Ci volle almeno mezz’ora per consegnare i premi ai vincitori. C’erano telai, set di ruote e guarniture per i primi, secondi e terzi di ogni evento. E una lotteria gigantesca con 18 premi. Mi fece davvero vedere la generosità dei proprietari di TR Bikes. Va benissimo vendere bici alla crew, è business, ma loro stavano coltivando uno stile di vita e restituendo qualcosa. Buon joss, ragazzi! Guardando il telefono vidi che avevo quasi abusato dell’ospitalità. Dopo un paio di saluti e dopo essermi congratulato con Bum per un pomeriggio ben organizzato e, per non dire, divertentissimo e fantastico, mi allontanai con calma da quel cul de sac culturale per andare a cercare un’auto che mi riportasse di corsa all’aeroporto e poi a casa. Ora sono sull’aereo. Il sorriso non mi ha ancora lasciato. Grazie per il grande arvo. Ano